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Storia

Il Nobil Giuoco nel Medioevo

Per i primi secoli il Chaturanga e lo Shatranj rimasero giochi da scacchiera confinati nei territori asiatici ed arabi. Per la necessità di velocizzare le partite, quest'ultimo si evolse come regole verso gli scacchi.
Ciò spiega perché le prime testimonianze occidentali scritte di epoca medioevale sul Nobil Giuoco risalgono all'incirca all'anno 1000 d.C. e sono di provenienza iberica. Ciò non deve stupire, dato che proprio qui fu più forte l'influenza dei Mori, cioè delle popolazioni arabe e berbere di religione musulmana che si erano insediate nella Spagna meridionale. Negli anni successivi il gioco si diffuse straordinariamente anche fra i ceti più elevati, tanto che la destrezza negli scacchi era una delle probitas (virtù) che distinguevano il vero cavaliere, da cui, appunto, la denominazione di "Nobil Giuoco". 

Mori giocano a scacchi
Scacchisti medioevali

Famoso divenne in proposito il trattato Liber de moribus hominum et officiis nobilium super ludo scachorum di frate Jacopo da Cessole (1250 - 1325) dell'ordine dei Domenicani. In esso gli scacchi sono usati come fonte di ammaestramenti morali. Fu grazie a quest'opera che il gioco degli scacchi uscì dal grave limbo in cui era precipitato dopo la proibizione di giocare con esso promulgata da Papa Alessandro II verso la fine del XI secolo. La causa dell'editto papale fu probabilmente una lettera, datata 1061, scrittagli da Pier Damiani, cardinale di Ostia, nella quale l'alto prelato condannava gli scacchi come gioco d'azzardo.

Il malinteso era nato dal fatto che molti giocatori dell'epoca, per rendere il gioco più eccitante, avevano inserito l'uso dei dadi per determinare quale mossa si dovesse compiere, snaturando in tal modo le regole originali ed avvicinando il gioco praticato più al Ludus latrunculorum dei legionari romani ed alla Kubeia degli antichi Greci che non agli scacchi come li conosciamo oggi.

I primi veri e propri trattati scacchistici, cioè manoscritti sulle regole e tecniche di gioco, ebbero invero come unico argomento la problemistica, ovvero la risoluzione di posizioni precostituite di pezzi sulla scacchiera che potevano portare alla vittoria od al pareggio di uno dei due schieramenti attraverso difficili e nascoste sequenze di mosse. Frequentemente tali posizioni, detti partiti, divenivano la base di scommesse fra giocatori.

Nella fattispecie importanti e celebri sono i codici miniati Bonus Socius e Civis Bononiae. Un esemplare del primo codice è conservato nella Biblioteca nazionale di Firenze e riporta su pagine in pergamena ben 194 problemi scacchistici, insieme a problemi di tavola reale e telamolino (giochi diffusi in epoca medievale). Da notare che la risoluzione di questi problemi spesso non rispetta le regole moderne degli scacchi, poiché quelle medievali erano abbastanza diverse (per esempio, un giocatore rimasto col solo Re era considerato perdente, anche se l'avversario non poteva dargli scacco matto).

Bonus Socius
Templari giocano a scacchi

Altro codice miniato importantissimo è il Tractatus partitorum Schachorum Tabularum et Merelorum Scriptus anno 1454, rinvenuto soltanto nel 1950 alla Biblioteca Estense di Modena. Il codice consiste di 347 fogli finemente decorati, ma purtroppo ne è sconosciuto l'autore. Il fatto importante però è che le soluzioni sono riportate a tratti sia in latino che in antico volgare, lasciando sottintendere una vasta diffusione del gioco in ogni ceto sociale e culturale. Il trattato dell'Estense costituisce la maggiore raccolta di problemi scacchistici (in totale 533) giunta a noi fino ad oggi.